Macchine come me

[“Arrivando a poter dimorare nella mente gli uni degli altri, perderemo la capacità di mentire. I nostri racconti cesseranno di essere interminabili cronache di malintesi”]

Londra 1982. Un “altro” 1982, quello in cui il giovane Charlie Friend decide di spendere una fortuna per l’acquisto di un androide di ultima generazione, Adam, in edizione limitata.
Mentre l’Inghilterra perde le Falkland e il tasso di disoccupazione sale alle stelle, entrambi, uomo e macchina, si innamorano della stessa donna e in modo diverso combattono per lei. Ma chi è davvero Miranda e quale segreto nasconde? È una bugiarda come Adam si era lasciato sfuggire prima ancora di conoscerla? O si tratta piuttosto di un angelo vendicatore, animato da sete di giustizia?

In “Macchine come me” (2019), Ian McEwan ci conduce attraverso gli abissi della mente umana, mostrandoci le dolorose incomprensioni che quotidianamente accompagnano il nostro agire e ostacolano le relazioni con gli altri. “Sunt lacrimae rerum: ci sono lacrime nella natura delle cose” – scriveva Virgilio. Eppure con il tempo gli uomini possono abituarsi alla sofferenza che li circonda, possono ancora vedere i fiori sbocciare in mezzo all’Inferno, possono dimenticare gli orrori della guerra. Gli androidi no. Programmati per amare sopra ogni cosa la verità, sono incapaci di trovare compromessi per tacitare la coscienza.

“L’Amore è luce / Stana gli angoli bui”

Fino alle conseguenze più estreme.

Fenissa Holden©

Ian McEwan, “Macchine come me”, Einaudi, Torino 2019.

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Li chiameremo rose

Ci sono gigli assopiti nella mia memoria
e non bastano parole per svegliarli ora
che Notte sommersa da sogni sprofonda
e una stella lontana sussurra “io tornerò”.

Non è il bianco un colore, dicono.
È assenza
tormenta di neve
il freddo respiro dei vivi alla Luna.
Eppure mi nutre e mi sfalda
insonne il tormento
l’anima.

Dove io sono – è letargo? – io so. Tu sarai.
Luce senza voce. Calore senza croce.
Dormono gigli sepolti da troppa memoria.
Arrossiranno.

Li chiameremo rose.

Fenissa Holden©

Photo: Laura Makabresku

In una stanza

Scompare con violenza ciò che appare,
improvviso, nei giardini silenti dell’anima
e solo negli interni si conserva traccia
d’ombra sottile come forma, profonda.

Sprofonda l’impronta delle dita su pareti
sgretolate in fiori troppo lievi per le mura
di cemento, intonaco d’azzurro, tormento.

Invisibile: è solo il corpo ancora lì.
– in una stanza –

E altrove.

Fenissa Holden©

Photo: Francesca Woodman

Picnic a Hanging Rock

[“Non camminavano, scivolavano a piedi nudi sulle pietre come se si trovassero sul tappeto di un salotto, pensò Edith, e non tra quegli orribili macigni millenari”]

“Picnic a Hanging Rock” di Joan Lindsay è un romanzo del 1967, ambientato in Australia nel 1900.
Tutto ha inizio il giorno di San Valentino quando, durante un picnic, scompaiono tre ragazze e un’insegnante del prestigioso college femminile Appleyard; soltanto una verrà ritrovata, una settimana dopo, in stato di incoscienza. Il Mistero non tarda a turbare gli animi di tutti coloro che le conoscevano e si insinua lento e inesorabile nella loro quotidianità fino a distruggerla.

Cosa si cela di sinistro a Hanging Rock, spettacolare struttura di origine vulcanica ai piedi del monte Macedon? Quale richiamo primordiale emerge tanto possente da incrinare la rigidità di norme fino a quel momento condivise?
Scalze, senza più corsetto, le fanciulle si inerpicano sulle rocce. Che cosa vede una di loro per allontanarsi urlando in preda all’isteria? Non lo sapremo mai.

L’autrice svela il mistero solo in un sequel pubblicato postumo (per sua volontà) nel 1987 e mai tradotto in italiano. La versione del ’67 (fedelmente trasposta in un film dal regista australiano Peter Weir) lascia soltanto dubbi e inquietudine.
Il romanzo ha l’andamento illogico di un sogno e creature oniriche sono le fanciulle che lo abitano, prima fra tutte la signorina Miranda dal nome di shakespeariana memoria o l’orfanella Sara, la cui vicenda rievoca quella de “La piccola principessa” di Frances Burnett, ma senza lieto fine.
Se da un giallo ci aspetteremmo una soluzione, qui non arriva nessun detective a rassicurarci, rivelando la verità. La razionalità precipita, muta, nei gorghi più oscuri e senza risposte la vita continua, imperterrita, va…

Fenissa Holden©

Il gioco delle perle di vetro

Scivolano perline preziose
dalle dita potrebbero cadere
come sabbia che segna il Tempo
senza lasciare altro che frantumi
troppo taglienti ancora.
Ma una mano le afferra e le avvolge
rapida al fil di ferro della Memoria
da cui niente sfugge
e tutto si dà forma.

L’Impiraressa sa che nei fondali
il corallo cerca sempre luce
per questo ramifica nell’Arte
la speranza perché cresca
e si dia ancora.
Così al sole riflesso nei ricordi
il suo vetro danza e emana
di calore fiamma eterna.

E lucente vive.

Fenissa Holden©

Poesia per l’impiraressa Marisa Convento

Foto: Luca Rajna

Fermo immagine

Nel carcere della libertà le tue ali
sbattono a vuoto nel vento
rivelando il mio volto sepolto
e l’oscuro sapore del sale.

Per un attimo, uno soltanto
si fermi il respiro e…
Restiamo!
Visibili nell’invisibile
con il nostro unico incontro
di sguardi d’amore sospeso
tra i silenzi di terra e cielo.

Fenissa Holden©

Foto: Marta Bevacqua

L’incantesimo

So dipingere mondi con tenui parole
di un tempo di fiaba e son dita di fata
quei versi che intrecciano la Verità.

Si muovono i ragni nel labirinto
c’è chi tesse un dipinto
chi ricama la luna
chi cuce da anni senza misura.
Ora scuce l’oblio le vesti perdute
a rincorrere forme sconosciute.

Figure di donne smarrite in un prato?
La luce si sveste sulle ragnatele
frantuma in silenti nude falene.

Fenissa Holden©

Foto: Fotogramma dal film “Picnic a Hanging Rock” (1975)