Iceberg

La poesia non passa più

dove si è fatto sigillo il cuore

si schiantano bianche le ali

contro oscure sbarre inattese.

Sono i corpi barriere ferrose

ossidate dal vento salmastro

gabbiani spalancati su rocce

disperatamente vive e immobili.

Un nostro battito soltanto basterebbe

a mutare l’occhio in attesa di un Cielo?

Quel che resta nell’incendio di una vela…

Silenzio

Mare infranto in mille gocce

di conchiglia che s’impiglia

tra relitti arsi oltre la scogliera.

Fenissa Holden©

Sebastiao Salgado, Fortress of Solitude

L’uccello che girava le viti del mondo

[“Un uccello che non può volare, un pozzo senza acqua, pensai. Un vicolo senza uscita, e poi…?”] 🐦

“Dagli alberi intorno arrivava costantemente il verso di un uccello, stridente come se qualcuno stesse avvitando qualcosa. Noi lo chiamavamo l’uccello-giraviti. Era stata Kumiko a chiamarlo così. Il suo vero nome non lo sapevamo, non sapevamo neanche che aspetto avesse. Ma questo all’uccello-giraviti era indifferente, ogni giorno veniva sugli alberi lì intorno a stringere le viti del nostro piccolo mondo tranquillo”.

Murakami Haruki, L’uccello che girava le viti del mondo (1995), Einaudi, Torino 2013.

Ne L’uccello che girava le viti del mondo a me intriga particolarmente il senso di inquietudine che si insinua nella quotidianità attraverso eventi in apparenza banali (una telefonata; l’allontanamento di un gatto; un acquisto sbagliato; le piccole dimenticanze…). È come se ci fossero delle connessioni – delle corrispondenze direbbero i simbolisti – tra ciò che noi chiamiamo realtà e un Mistero più vasto. Crediamo a volte di avere tutto sotto controllo, vogliamo dominare e anticipare l’imprevisto grazie a maghi e profezie e invece … Basta una minima sfasatura, un dettaglio, e l’ordine salta, entra in crisi il senso stesso dell’esistenza. La vita (nostra e altrui) ci appare improvvisamente sconosciuta. C’è qualcosa di pirandelliano in tutto questo.

Sono affascinata, in particolare, dall’idea che un uccello (reale o di pietra) possa girare le viti del mondo, l’idea che il nostro destino dipenda da qualcosa o qualcuno di cui poco o nulla sappiamo davvero…

Come i personaggi siamo chiamati a muoverci tra vicoli ciechi, pozzi senz’acqua e giardini in abbandono alla ricerca di cosa? Quando il gatto si è allontanato sapeva dove stava andando? E noi lo sappiamo?

Il protagonista, per esempio, ha caratteri così flessibili/anonimi da favorire moltissimo l’identificazione da parte del lettore. È un po’ come l’acqua in grado di assumere la forma di ogni contenitore, ci induce a seguirlo senza troppo sforzo…

Ma il personaggio che trovo più interessante è May, la ragazzina decisamente più vecchia della sua età che con una sorta di rischiosa “terapia d’urto”, aiuta il protagonista a scavare dentro di sé e lo forza a conoscersi, mettendolo di fronte alla crudezza della morte.

Il limite (la morte), lungi dall’essere la fine di ogni cosa, diventa nel romanzo possibilità di espansione infinita della coscienza; momento estremo in cui ricordi, sogni e realtà concreta si confondono.

Murakami ci fa capire che noi vediamo sempre solo una minima parte di ciò che esiste; crediamo di conoscere gli altri, invece spesso non conosciamo bene neppure noi stessi. Tutto può farsi mistero, distorcersi, da un momento all’altro, rivelarsi improvviso come quella voglia sul viso del protagonista, che fino a ieri non c’era e ora non se ne va. Non siamo del tutto padroni neppure del nostro corpo che inevitabilmente ogni giorno cambia e ci cambia, permettendoci di esplorare in modi sempre diversi ciò che ci circonda.

In generale io dei libri di Murakami fatico a ricordare con precisione la trama, provo sempre uno strano senso di smarrimento a fine lettura come se fossi entrata in un labirinto e proprio non riuscissi a trovare la strada. Mi perdo nelle immagini evocate dalle parole e tendo a guardare il mondo con occhi diversi, aspettandomi una rivelazione, un’epifania per dirla con Joyce, dagli oggetti di tutti i giorni.

Ogni storia narrata (mi riferisco alle biografie dei personaggi), lungi dal concludersi, è soltanto l’inizio, è il coniglio bianco da seguire… O dovrei dire il gatto?

Non c’è nulla di rassicurante in questo romanzo, a partire dal verso dell’uccello giraviti (ed è abbastanza inquietante che il protagonista sia soprannominato nello stesso modo). È un verso che paralizza, blocca, ostacola l’azione se solo ci si ferma a pensare a quale potrebbe essere il suo significato. “Giraviti” mi fa tornare in mente un altro titolo Il giro di vite di Henry James… E c’è sempre l’angoscia che gira…

In conclusione L’uccello che girava le viti del mondo sicuramente mi ha aiutata a riflettere sul mistero dell’esistenza. Se in guerra sono reali assurde atrocità come quelle descritte nei capitoli dedicati alla Manciuria, perché non credere che anche la normalissima quotidianità sia molto meno banale e immediata di quanto si pensi a prima vista? Perché ignorare l’assurdo che come un’ombra ci accompagna ogni giorno?

Esistono limiti e confini fuori e dentro di noi. Interno e esterno si influenzano a vicenda e io credo che il romanzo di Murakami in un certo senso cerchi proprio di dare forma all’invisibile che ci portiamo dentro. Un invisibile che può guarire quanto distruggere noi stessi e gli altri. Un invisibile che trasforma. In ogni cambiamento una parte di sé deve sempre morire perché possa nascere nuova vita. Una vita per una vita. Ho pensato a questo nel seguire le vicende del protagonista che più è pronto a perdere tutto ciò che ha, mettendosi completamente in gioco, più si avvicina a una consapevolezza più profonda di sé e dei propri bisogni.

Un’altra che si perde per ritrovarsi è May, le cui lacrime offerte alla luna nel finale riempiono a distanza un intero pozzo, e sicuramente Kumiko, umbratile e doppia (come doppie sono anche Kano Malta e Kano Creta), crudele e dolce come un profumo di fiori lasciati a marcire in un vaso. Tutti si aprono davvero agli altri, soltanto dopo aver affrontato il mistero di se stessi. Il primo vero Altro siamo noi, ciò che non vediamo, ciò che non vogliamo.

Fenissa Holden

Oltre il Velo

E sfumano fili d’erba

nella nebbia impigliata al sole

specchio tondo di gazze

torpore.

Oscuramente gracchiano

i riflessi candidi di luna

graffiano le ombre antiche,

si fingono figura.

Nudi d’azzurro i corpi

umani tendono al Cielo

ferita d’inverno e brace

gelo.

Fenissa Holden©

Immagine: Akira Kusaka

Ceralacca

Esisti oltre fiamma? – chiedevano gli occhi

alla cera bruciante senza mai opporsi

A lei che varcava soglie ferrose

cedendo colore, calore…

sostanze porose.

Ogni tocco su lei si disfa in impronta

un sigillo che resta immutabile onta.

La carta si strappa senza parole

non vede segreti chi non sa cosa vuole.

Fenissa Holden©

Photo: The key in the hand – Chiharu Shiota

L’eterno ritorno degli uguali

[Ieri]

Il tempo sepolto nello scrigno

filtrando lento da pallide fessure

incrostava d’aria, di sassi e luce

i passi di gomma delle ore sospese

in quella stanza un istante ancora.

[Oggi]

Certi luoghi conservano memorie

invisibili agli sguardi troppo umani

impronte di farfalle su terriccio,

echi rabbiosi di gabbiani.

Solo su chi passa e sfiora il vento

si posano i miraggi più ostinati

– macchie di fango e erba – sulle mani.

[Domani]

Possano le nostre nude dita cercare

ogni pietra in rovina dentro casa.

Farla polvere.

Imprigionarla nel vetro.

Rovesciarla ogni tanto,

                   chiamandola

                                     – clessidra-

Fenissa Holden©

Photo: Dana Zaltzman

Il Guerriero

Sorvolano le aquile soltanto

neri cieli misti d’anima:

aprono a turno avidi squarci

– cicatrici geometriche –

nella pelle incredule – rapaci –

È sempre questione di attesa.

Ogni notte alla notte

il volo s’invola

la vita perdona

di chi parte, combatte

e in un battito d’ali

ogni retta finisce

il respiro si stringe

liberando le mani.

Fenissa Holden©

Photo: Laura Makabresku

Cicatrici

Confuso tra le ombre mi guardavi

ricucire stoffa di memoria

strappata prima di sera

gli occhi impigliati

agli aghi delle dita

il fiato sospeso

a margini di vita.

Quasi senza voce alcuna.

Di notte imbastiscono in fretta

tra noi le cicatrici future

esangui fili invisibili

che mai – per nostra colpa –

ci avrebbero sfiorato.

Fenissa Holden©

Photo: Melissa Zexter

Il taglio

Il respiro di un fiore purpureo

sanguinava su di lei

ferita di carne e ombra

in attesa di fiamma e forma.

Nel profondo informe

il fango affonda

cicatrici, pelle, orma.

Sotto la cute, sotto la terra

nuda è bellezza:

ancora combatte

ancora è crudele

ancora donna.

Fenissa Holden©

Photo: Katia Chausheva

Iris

Immersi nell’acqua di lago

nuotano minuscoli iris blu

simili a venature d’angelo:

contro essi ogni notte il viso

di vetro s’infrange in gocce

e sulla schiena si aprono ali

in un tuffo chiamato volo.

È quel che si sogna un sogno

o visione di profane verità?

Di quel che emerge dai fondali

la memoria non trattiene [Nulla]

se non acqua nuda tra le ciglia.

Le crederesti lacrime di cielo:

non si sa da dove arrivino e perché.

Fenissa Holden©

La mia prima raccolta di poesie 🌹

Il 15 giugno 2020 uscirà la mia prima raccolta di 150 poesie “Medusa era una fanciulla”, edita da Gilgamesh.

Per la prima volta comparirà il mio vero nome, Rita Pilia, e non Fenissa Holden. Sono molto emozionata 🌹

La copertina è stata realizzata dall’artista Mara Cantoni www.maracantoni.com

Grazie a chi ha sempre creduto in me e a tutti voi che da anni seguite il mio blog ❤

Fenissa Holden©