Angeli e insetti

Sottovoce si aprono in ali

i fiori di ciliegio a fine aprile

angeli stanchi dalle rosee piume

accolti dal vento

caduti dai rami

Le dita distese al suolo tremano:

si chiuderanno forse un giorno

dentro un guscio di cicala.

Fenissa Holden©

Noriko Okawara, Sakura in Moonlight

La Traversata

[“Planavo sui miei compagni morti e ne capivo senza sforzo il linguaggio privo di lacrime. Capivo disperatamente il mutismo di quelli che abbandonavo, perché in quel momento ero ancora uno di loro” p.95].

Philippe Lançon è uno dei giornalisti di “Charlie Hebdo” sopravvissuto all’attentato di matrice islamica del 7 gennaio 2015. La sua “Traversata”, edita in Italia da @edizioni_eo, è un intenso memoriale in cui dell’Islam e del terrorismo in realtà si parla pochissimo: la vera protagonista è la malattia e il modo in cui essa pone drammaticamente l’uomo di fronte ai suoi limiti.

Durante la lunga permanenza in ospedale, infatti, Lançon si mette a nudo, svelando anche i lati meno nobili del suo carattere: la codardia, l’egoismo, il narcisismo, l’indolenza… È la dimensione fisica del corpo con tutti i suoi bisogni a prevalere sull’eroicità dello spirito. La minuzia con cui le operazioni chirurgiche e i dispositivi medici vengono descritti lascia poco spazio agli ideali. Il paziente qui resta a lungo in un letto solo con se stesso, solo persino quando familiari e amici vengono a trovarlo o si fermano addirittura per la notte, e lui non riesce a comunicare come vorrebbe. Le parole sulla tavoletta – parole da scrivere, cancellare, riscrivere – si esauriscono in fretta, lasciando in bocca il gusto amaro dell’incomunicabilità, nella mente il timore della follia.

Toccanti i riferimenti a Proust, l’autore guida che accompagna Lançon per tutta la “traversata”. A differenza di Marcel, tuttavia, Philippe si rende conto di soffrire di continue amnesie che, dopo l’incidente, nessuna madeline riesce a sanare. È come se ora il suo passato, la giovinezza felice appartenesse ad un altro per sempre perduto.

“Proust ricorda tutto, forse perché non gli è successo quasi niente, ma probabilmente, come la piccola Ofelia, se una sera d’inverno fosse caduto dal balcone dei Guermantes sul selciato sconnesso avrebbe dimenticato il modo in cui era successo, la cosa non gli avrebbe evocato niente di un’infanzia ormai scomparsa. Invece del tempo perduto e ritrovato avremmo avuto quello che stiamo vivendo: il tempo interrotto.

Il libro sarebbe stato più corto e sicuramente meno geniale, perché anche la genialità è determinata dai limiti che varca. Il tempo dell’evento brutale è oscuro e infinito. Non ha limiti” (p. 436).

Fenissa Holden©

Genji Monogatari

[“Il cielo di una notte d’inverno, quando splende il riflesso della neve alla luce limpida della luna, per quanto privo di colori, chissà perché, si imprime nel cuore e richiama alla mente un mondo diverso dal nostro” ]

Oggi vi presento il romanzo più bello che ho letto in questo 2020: “La storia di Genji – Genji Monogatari” di Murasaki Shikibu. Mi è piaciuto talmente tanto che durante l’anno lo rileggerò con molta calma grazie al gruppo di lettura organizzato da @dafneborracci (una giovane studentessa di giapponese davvero simpatica e preparata; se non la conoscete, vi consiglio di visitare il suo profilo) 

Si tratta di un’opera ancora più antica della “Divina Commedia”, scritta da una donna, Murasaki Shikibu, vissuta alla corte imperiale di Kyoto tra il X e l’XI secolo d.C.; racconta il Giappone feudale attraverso le vicende del nobile principe Genji “Lo Splendente”, delle donne da lui amate e della sua discendenza. Capitolo dopo capitolo la poetica del “mono no aware” (lo stupore, la commozione di fronte alle cose del mondo) si dispiega, rimpiendo l’animo di nostalgia e bellezza.

Lungi dall’essere un’opera inattuale, il Genji è assolutamente moderno nell’esprimere il carattere passionale dell’animo umano, sospeso tra la ricerca della vanità e la contemplazione dell’eterno. È un’opera di pura passione con tutte le sfumature che questo sostantivo comporta: esaltazione, hybris, dolore e, infine, (ma non sempre) accettazione di sé e della vita. In certi casi la liberazione dell’anima non viene raggiunta, come accade a Lady Rokujo (il mio personaggio preferito), che la gelosia (una delle passioni più intense) trasforma in un demone destinato a vagare a lungo senza pace nelle antiche dimore; per altre anime, invece, la morte stessa sarà forma vittoriosa di espiazione.

Io ho imparato moltissimo da questa lettura, in particolare sono rimasta incantata dallo stile poetico e introspettivo che mi ha permesso di arrivare quasi a sentire l’animo dei personaggi e di vedere la natura con i loro occhi. Lo consiglio davvero a tutti perché il romanzo può essere letto a vari livelli, di difficoltà crescente, ma tutti consentono di liberare fantasia e immaginazione. Fa sognare. L’importante è non lasciarsi spaventare dalla mole (circa 1230 pagine) e affrontare la lettura con gioia e curiosità.

Fenissa Holden©

“Sembrava che egli fosse pronto a prendersi cura per sempre di ognuna delle donne che aveva conosciuto, senza lasciare al suo cuore un attimo di tregua. Era incapace di dimenticare, neppure dopo anni e mesi quelle che aveva incontrato, fosse pure solo una volta, e ciò, viceversa, si tramutava in sofferenza per molte di loro”.

Illustrazione di Waki Yamato

#genjimonogatari #murasakishikibu #einaudi #letteraturagiapponese #wakiyamato #thetaleofgenji #genjilosplendente #japaneseliterature #japaneseliteraturechallenge

Carillon

Nel cuore freddo una musica si sogna

dolce scivola da arterie intirizzite

feroce un tempo ferita ancora

come un bacio trafitto tra collo e gola.

Le dita allora incidevano su pietra

sirene tristi dagli occhi di languore

squamati specchi di perle iridescenti

sotto barattoli di vetro misti a neve.

Ricominciare è una sfera capovolta

si annullano memoria e direzione

la cecità è preludio di una svolta

nel buio il corpo sussurra una canzone.

Fenissa Holden©





Illustrazione di Benjamin Lacombe

Iceberg

La poesia non passa più

dove si è fatto sigillo il cuore

si schiantano bianche le ali

contro oscure sbarre inattese.

Sono i corpi barriere ferrose

ossidate dal vento salmastro

gabbiani spalancati su rocce

disperatamente vive e immobili.

Un nostro battito soltanto basterebbe

a mutare l’occhio in attesa di un Cielo?

Quel che resta nell’incendio di una vela…

Silenzio

Mare infranto in mille gocce

di conchiglia che s’impiglia

tra relitti arsi oltre la scogliera.

Fenissa Holden©

Sebastiao Salgado, Fortress of Solitude

L’uccello che girava le viti del mondo

[“Un uccello che non può volare, un pozzo senza acqua, pensai. Un vicolo senza uscita, e poi…?”] 🐦

“Dagli alberi intorno arrivava costantemente il verso di un uccello, stridente come se qualcuno stesse avvitando qualcosa. Noi lo chiamavamo l’uccello-giraviti. Era stata Kumiko a chiamarlo così. Il suo vero nome non lo sapevamo, non sapevamo neanche che aspetto avesse. Ma questo all’uccello-giraviti era indifferente, ogni giorno veniva sugli alberi lì intorno a stringere le viti del nostro piccolo mondo tranquillo”.

Murakami Haruki, L’uccello che girava le viti del mondo (1995), Einaudi, Torino 2013.

Ne L’uccello che girava le viti del mondo a me intriga particolarmente il senso di inquietudine che si insinua nella quotidianità attraverso eventi in apparenza banali (una telefonata; l’allontanamento di un gatto; un acquisto sbagliato; le piccole dimenticanze…). È come se ci fossero delle connessioni – delle corrispondenze direbbero i simbolisti – tra ciò che noi chiamiamo realtà e un Mistero più vasto. Crediamo a volte di avere tutto sotto controllo, vogliamo dominare e anticipare l’imprevisto grazie a maghi e profezie e invece … Basta una minima sfasatura, un dettaglio, e l’ordine salta, entra in crisi il senso stesso dell’esistenza. La vita (nostra e altrui) ci appare improvvisamente sconosciuta. C’è qualcosa di pirandelliano in tutto questo.

Sono affascinata, in particolare, dall’idea che un uccello (reale o di pietra) possa girare le viti del mondo, l’idea che il nostro destino dipenda da qualcosa o qualcuno di cui poco o nulla sappiamo davvero…

Come i personaggi siamo chiamati a muoverci tra vicoli ciechi, pozzi senz’acqua e giardini in abbandono alla ricerca di cosa? Quando il gatto si è allontanato sapeva dove stava andando? E noi lo sappiamo?

Il protagonista, per esempio, ha caratteri così flessibili/anonimi da favorire moltissimo l’identificazione da parte del lettore. È un po’ come l’acqua in grado di assumere la forma di ogni contenitore, ci induce a seguirlo senza troppo sforzo…

Ma il personaggio che trovo più interessante è May, la ragazzina decisamente più vecchia della sua età che con una sorta di rischiosa “terapia d’urto”, aiuta il protagonista a scavare dentro di sé e lo forza a conoscersi, mettendolo di fronte alla crudezza della morte.

Il limite (la morte), lungi dall’essere la fine di ogni cosa, diventa nel romanzo possibilità di espansione infinita della coscienza; momento estremo in cui ricordi, sogni e realtà concreta si confondono.

Murakami ci fa capire che noi vediamo sempre solo una minima parte di ciò che esiste; crediamo di conoscere gli altri, invece spesso non conosciamo bene neppure noi stessi. Tutto può farsi mistero, distorcersi, da un momento all’altro, rivelarsi improvviso come quella voglia sul viso del protagonista, che fino a ieri non c’era e ora non se ne va. Non siamo del tutto padroni neppure del nostro corpo che inevitabilmente ogni giorno cambia e ci cambia, permettendoci di esplorare in modi sempre diversi ciò che ci circonda.

In generale io dei libri di Murakami fatico a ricordare con precisione la trama, provo sempre uno strano senso di smarrimento a fine lettura come se fossi entrata in un labirinto e proprio non riuscissi a trovare la strada. Mi perdo nelle immagini evocate dalle parole e tendo a guardare il mondo con occhi diversi, aspettandomi una rivelazione, un’epifania per dirla con Joyce, dagli oggetti di tutti i giorni.

Ogni storia narrata (mi riferisco alle biografie dei personaggi), lungi dal concludersi, è soltanto l’inizio, è il coniglio bianco da seguire… O dovrei dire il gatto?

Non c’è nulla di rassicurante in questo romanzo, a partire dal verso dell’uccello giraviti (ed è abbastanza inquietante che il protagonista sia soprannominato nello stesso modo). È un verso che paralizza, blocca, ostacola l’azione se solo ci si ferma a pensare a quale potrebbe essere il suo significato. “Giraviti” mi fa tornare in mente un altro titolo Il giro di vite di Henry James… E c’è sempre l’angoscia che gira…

In conclusione L’uccello che girava le viti del mondo sicuramente mi ha aiutata a riflettere sul mistero dell’esistenza. Se in guerra sono reali assurde atrocità come quelle descritte nei capitoli dedicati alla Manciuria, perché non credere che anche la normalissima quotidianità sia molto meno banale e immediata di quanto si pensi a prima vista? Perché ignorare l’assurdo che come un’ombra ci accompagna ogni giorno?

Esistono limiti e confini fuori e dentro di noi. Interno e esterno si influenzano a vicenda e io credo che il romanzo di Murakami in un certo senso cerchi proprio di dare forma all’invisibile che ci portiamo dentro. Un invisibile che può guarire quanto distruggere noi stessi e gli altri. Un invisibile che trasforma. In ogni cambiamento una parte di sé deve sempre morire perché possa nascere nuova vita. Una vita per una vita. Ho pensato a questo nel seguire le vicende del protagonista che più è pronto a perdere tutto ciò che ha, mettendosi completamente in gioco, più si avvicina a una consapevolezza più profonda di sé e dei propri bisogni.

Un’altra che si perde per ritrovarsi è May, le cui lacrime offerte alla luna nel finale riempiono a distanza un intero pozzo, e sicuramente Kumiko, umbratile e doppia (come doppie sono anche Kano Malta e Kano Creta), crudele e dolce come un profumo di fiori lasciati a marcire in un vaso. Tutti si aprono davvero agli altri, soltanto dopo aver affrontato il mistero di se stessi. Il primo vero Altro siamo noi, ciò che non vediamo, ciò che non vogliamo.

Fenissa Holden

Oltre il Velo

E sfumano fili d’erba

nella nebbia impigliata al sole

specchio tondo di gazze

torpore.

Oscuramente gracchiano

i riflessi candidi di luna

graffiano le ombre antiche,

si fingono figura.

Nudi d’azzurro i corpi

umani tendono al Cielo

ferita d’inverno e brace

gelo.

Fenissa Holden©

Immagine: Akira Kusaka

Ceralacca

Esisti oltre fiamma? – chiedevano gli occhi

alla cera bruciante senza mai opporsi

A lei che varcava soglie ferrose

cedendo colore, calore…

sostanze porose.

Ogni tocco su lei si disfa in impronta

un sigillo che resta immutabile onta.

La carta si strappa senza parole

non vede segreti chi non sa cosa vuole.

Fenissa Holden©

Photo: The key in the hand – Chiharu Shiota

L’eterno ritorno degli uguali

[Ieri]

Il tempo sepolto nello scrigno

filtrando lento da pallide fessure

incrostava d’aria, di sassi e luce

i passi di gomma delle ore sospese

in quella stanza un istante ancora.

[Oggi]

Certi luoghi conservano memorie

invisibili agli sguardi troppo umani

impronte di farfalle su terriccio,

echi rabbiosi di gabbiani.

Solo su chi passa e sfiora il vento

si posano i miraggi più ostinati

– macchie di fango e erba – sulle mani.

[Domani]

Possano le nostre nude dita cercare

ogni pietra in rovina dentro casa.

Farla polvere.

Imprigionarla nel vetro.

Rovesciarla ogni tanto,

                   chiamandola

                                     – clessidra-

Fenissa Holden©

Photo: Dana Zaltzman

Il Guerriero

Sorvolano le aquile soltanto

neri cieli misti d’anima:

aprono a turno avidi squarci

– cicatrici geometriche –

nella pelle incredule – rapaci –

È sempre questione di attesa.

Ogni notte alla notte

il volo s’invola

la vita perdona

di chi parte, combatte

e in un battito d’ali

ogni retta finisce

il respiro si stringe

liberando le mani.

Fenissa Holden©

Photo: Laura Makabresku