L’eterno ritorno degli uguali

[Ieri]

Il tempo sepolto nello scrigno

filtrando lento da pallide fessure

incrostava d’aria, di sassi e luce

i passi di gomma delle ore sospese

in quella stanza un istante ancora.

[Oggi]

Certi luoghi conservano memorie

invisibili agli sguardi troppo umani

impronte di farfalle su terriccio,

echi rabbiosi di gabbiani.

Solo su chi passa e sfiora il vento

si posano i miraggi più ostinati

– macchie di fango e erba – sulle mani.

[Domani]

Possano le nostre nude dita cercare

ogni pietra in rovina dentro casa.

Farla polvere.

Imprigionarla nel vetro.

Rovesciarla ogni tanto,

                   chiamandola

                                     – clessidra-

Fenissa Holden©

Photo: Dana Zaltzman

Il Guerriero

Sorvolano le aquile soltanto

neri cieli misti d’anima:

aprono a turno avidi squarci

– cicatrici geometriche –

nella pelle incredule – rapaci –

È sempre questione di attesa.

Ogni notte alla notte

il volo s’invola

la vita perdona

di chi parte, combatte

e in un battito d’ali

ogni retta finisce

il respiro si stringe

liberando le mani.

Fenissa Holden©

Photo: Laura Makabresku

Cicatrici

Confuso tra le ombre mi guardavi

ricucire stoffa di memoria

strappata prima di sera

gli occhi impigliati

agli aghi delle dita

il fiato sospeso

a margini di vita.

Quasi senza voce alcuna.

Di notte imbastiscono in fretta

tra noi le cicatrici future

esangui fili invisibili

che mai – per nostra colpa –

ci avrebbero sfiorato.

Fenissa Holden©

Photo: Melissa Zexter

Il taglio

Il respiro di un fiore purpureo

sanguinava su di lei

ferita di carne e ombra

in attesa di fiamma e forma.

Nel profondo informe

il fango affonda

cicatrici, pelle, orma.

Sotto la cute, sotto la terra

nuda è bellezza:

ancora combatte

ancora è crudele

ancora donna.

Fenissa Holden©

Photo: Katia Chausheva

Iris

Immersi nell’acqua di lago

nuotano minuscoli iris blu

simili a venature d’angelo:

contro essi ogni notte il viso

di vetro s’infrange in gocce

e sulla schiena si aprono ali

in un tuffo chiamato volo.

È quel che si sogna un sogno

o visione di profane verità?

Di quel che emerge dai fondali

la memoria non trattiene [Nulla]

se non acqua nuda tra le ciglia.

Le crederesti lacrime di cielo:

non si sa da dove arrivino e perché.

Fenissa Holden©

La mia prima raccolta di poesie 🌹

Il 15 giugno 2020 uscirà la mia prima raccolta di 150 poesie “Medusa era una fanciulla”, edita da Gilgamesh.

Per la prima volta comparirà il mio vero nome, Rita Pilia, e non Fenissa Holden. Sono molto emozionata 🌹

La copertina è stata realizzata dall’artista Mara Cantoni www.maracantoni.com

Grazie a chi ha sempre creduto in me e a tutti voi che da anni seguite il mio blog ❤

Fenissa Holden©

Impressioni su “Infinite Jest” -conclusione-

[“La ragazza faceva una gran fatica a separare i dettagli dalle cose veramente importanti di una storia, e per questo nessuno le chiedeva mai di raccontare nulla”]

Decima e ultima tappa di “Infinite Jest”. Il gran finale o meglio: la mia interpretazione del gran finale.

Premetto che la mia idea si basa sul carattere olografico dell’opera (un aspetto esplicitato da Wallace nel corso del romanzo) e sul riferimento (pag. 1142) al coltello conficcato nel vetro. Nell’olografia ogni parte rimanda al Tutto, mentre il dettaglio della lama mi ha fatto ripensare alla scena conclusiva del romanzo di Oscar Wilde “Il ritratto di Dorian Gray”: là chi muore non è “la cosa” che davvero viene colpita. Credo accada lo stesso al termine di “Infinite Jest” ovvero si parla di una violenza subita da Gately e Fackelmann, ma in realtà contemporaneamente è descritta la morte di un altro e quell’altro non può che essere Jim Incandenza, visto il legame sovrannaturale che si è instaurato tra i due. Avevo già notato questo tipo di “scambi” durante l’omicidio degli Antitoi, quando la descrizione dell’agonia di uno dei fratelli era perfettamente sovrapponibile al senso di soffocamento provato dal padre di Jim Incandenza, con la faccia nella muffa. Qui la sovrapposizione mi sembra ancora più marcata.

SPOILER ALERT

Secondo me, dunque, Gately, in ospedale, dopo essere stato costretto ad assumere potenti antidolorifici, si addormenta e nel suo sogno si mescolano ricordi veri, come l’esecuzione di Fackelmann (“fake man”… un nome decisamente da figurante, sabbia negli occhi) e ricordi dello spettro di Jim Incandenza, che “è entrato” dentro di lui. Wallace qui si avvale delle tecniche descritte da Freud ne “L’interpretazione dei sogni” (condensazione, spostamento onirico…) per dire e non dire. Lo spettro non vuole dirci apertamente chi sia il suo assassino, ma il fatto che Bob, l’assassino di Fackelmann, sia chiamato ossessivamente C (fin da subito Wallace specifica “Bobby (“C”)”) e abbia occhi da lucertola mi orienta su un personaggio soltanto e non si tratta di Mario che – sono andata a ricontrollare – pur avendo un aspetto rettileo, ha occhi castani buoni.

Secondo me l’omicida è Charles Tavis. Il movente?

Evitare che Jim Incandenza boicotti il talento di Hal, fondamentale per il prestigio dell’ETA. Dai discorsi rivolti a Gately si capisce, infatti, quanto Lui in Persona tenga al figlio e ne voglia preservare le emozioni, anche a costo di danneggiarne l’intelletto. Per J.I. Hal non è davvero vivo e l’Intrattenimento dovrebbe “risvegliarlo”.

A mio avviso, dunque, la testa di Gately che alla fine si stacca dalle spalle allude alla testa di Jim, in cui – non chiedetemi come – è stata nascosta la cartuccia Master di IJ, in modo che nessuno la trovi, soprattutto non la trovi Hal. Si trova in un posto sepolto, forse nel sotterraneo…

Nell’ETA, però, il pavimento si fa soffitto, ciò che è sepolto risale e ogni tanto accade che gli oggetti si spostino misteriosamente. Non mi stupirebbe se in qualche modo la cartuccia fosse finita nelle mani di Orin, personaggio definito “spettrale” nell’ultima tappa e che, secondo me, corrisponde ad Amleto. Hal, invece, è più “la Danimarca”, l’orgoglio dell’Onan, l’incarnazione del territorio da salvare. Se fosse così il padre potrebbe aver rivelato a Orin, con cui condivide il secondo nome, il luogo della sepoltura… Potrebbero essere complici.

Orin, tuttavia, non è un complice affidabile e proprio come Amleto nella tragedia shakesperiana, non ha abbastanza forza per riuscire a rispettare la volontà paterna perché succube della madre e delle proprie paure. Non uccide direttamente nessuno, nel ruolo di vendicatore deciso è un fallimento, ma il suo comportamento ha conseguenze nefaste per più personaggi e, infine, finisce per confessare (o forse addirittura consegnare?) qualcosa agli Afr. Lo si capisce nella scena di pagina 1168, modellata su uno degli episodi più celebri di “1984” di Orwell, il momento in cui Winston, sotto tortura, tradisce Julia perché la paura, nel suo caso, vince sull’amore. Julia qui, secondo me, corrisponde a Joelle, a sua volta interrogata dagli Afr, e probabilmente complice anche nella questione del recupero delle cartucce. Joelle è anche Ophelia, ed è pazza perché si crede ancora bella pur essendo deforme, ma soprattutto è pazza a causa di Amleto/Orin, che non è mai riuscito a proteggerla.

Gli Afr, intanto, meditano una strage, una Eschaton reale, e mentre la neve (simbolo di morte) continua a cadere, ogni giocatore dell’ETA si prepara per quello che crede sarà solo un gioco. Ognuno ha i suoi piccoli rituali prepartita. L’invocazione a Camilla, nome della vergine guerriera dell'”Eneide”, trascina già l’intero gruppo in un’atmosfera bellica, ma tra tutti Hal soltanto ha continui e irrazionali presagi funebri. Egli tuttavia in qualche modo sfuggirà al massacro. Ma in che modo?

Dall’inizio del romanzo (il romanzo inizia alla fine… La vera fine è l’inizio!) sappiamo che la sua intelligenza subisce un danno: il ragazzo prodigio non è più in grado di comunicare in forma umana, è sempre più simile a una creatura ancestrale… È sempre più simile a Mario, il piccolo dinosauro buono.

Gli uomini non sono buoni; solo Mario è capace di emozionarsi e compiere gesti di bontà disinteressata e questo ci viene mostrato con chiarezza proprio nell’ultima tappa (si veda l’episodio di Barry che si finge barbone per mettere alla prova la compassione umana). Hal non muore, dunque, ma la sua mente subisce un processo regressivo che forse è vera evoluzione, almeno dal punto di vista empatico. È questo che J.I. desiderava per lui e in qualche modo riesce a ottenere?

Un ultimo dettaglio: a un certo punto ci viene detto che la madre di J.I. ha trascorso gli ultimi anni sulla sedia a rotelle… Non mi sembra casuale: credo che fondo ci sia una certa sintonia tra Lui in Persona e gli Afr, soprattutto tra Lui e  Marathe. Entrambi distruggerebbero il mondo pur di salvare chi amano…

“Infinite Jest” è un libro complesso che scardina ogni certezza. L’ultima tappa è densa di riferimenti a gabbie, finestre e vetri. Vetri spesso infranti, vetri taglienti perché la libertà ha un prezzo. “La verità alla fine vi renderà liberi, ma solo dopo avervi sistemati ben bene” (pag. 1169).

Fenissa Holden©

Impressioni su “Infinite Jest” -nona tappa-

La nona (penultima!) tappa di “Infinite Jest” (pp. 971-1094 dell’Edizione Einaudi Super ET) comincia con il sonno del mastodontico don Gately, ricoverato in traumatologia in seguito alle gravi conseguenze della rissa avvenuta in precedenza fuori dalla Ennet House. È un sonno infestato da incubi, continuamente interrotto dal flusso di coscienza degli altri personaggi che lo vanno a trovare e gli confessano i propri ricordi peggiori, nonostante egli non possa interagire con loro o forse proprio per questo. Gately è “un orecchio empatico, […] la statua di un orecchio”; un’immagine inquietante se si pensa che nell'”Amleto” il primo omicidio avvenga proprio tramite un veleno riversato nell’orecchio del sire addormentato e il secondo morto del dramma, Polonio, sconti a sua volta una colpa connessa all’udito.

Chi ascolta troppo rischia di conoscere più del dovuto, soprattutto se chi parla non è più tra i vivi, ma è lo Spettro per eccellenza: James Orin Incandenza, Lui in “Persona”, preoccupato anche da morto per il destino di suo figlio Hal. Fino all’ultimo, infatti – racconta a Gately – aveva cercato di di-vertirlo (nel senso etimologico di far volgere qualcuno verso un’altra direzione), in modo da bloccare la sua corsa verso il Nulla. Invano.

Nel corso della narrazione si capisce come Hal e Jim, pur cercandosi, non riescano mai a comunicare in modo diretto senza la mediazione di qualcun’altro o di qualcos’altro (come le cartucce Tp, per esempio).

Entrambi si esprimono attraverso intensi flussi di coscienza che abbracciano il mondo senza mai davvero interagire con esso e comprenderlo.

È una tappa questa, piena di personaggi che ascoltano senza parlare/agire o parlano/agiscono senza sentire… C’è qualcosa di sconnesso in loro, come la pelle della fronte del “Tenebra” che si stacca dal corpo e resta appiccicata alla finestra dopo ore di gelo. La mente si strappa, sfiancata dalla freddezza dell’astrazione.

Non è un caso che, in questa tappa così cerebrale, proprio come nell’episodio di Eschaton, ritorni con insistenza il tema della neve, presagio funesto di un blizzard che uccide uomini e bestie, presagio di una vendetta degli Afr che forse nell’ultima tappa si compirà. Saranno i giovani giocatori dell’ETA, infine, a pagare le colpe di una Società che li ha cresciuti nel desiderio di superare ogni limite?

Moriranno? Ma se dovessero morire questo accadrà una o infinite volte? Nei sogni deliranti di Gately, infatti, “la Morte sta spiegando che la Morte avviene molte volte, e alla fine di ognuna (vita si intende) è una donna che ti uccide e ti accompagna nella tua vita successiva”. Comparirà dunque anche una donna in mezzo alla neve o sarà lei, una figura femminile, la prima ad essere colpita e soccombere, come accadde un giorno di tanti anni prima alla Signora Waite (un cognome evocativo perché contemporaneamente sembra alludere in modo funesto sia al Bianco “white” che all’Attesa “to wait”)? Eppure lei voleva solo essere gentile. A Gately la vita, ora che è costretto a stare a letto e vede tutto da una certa distanza, appare così ingiusta e assurda… Tra le lenzuola lo tormenta a lungo il dubbio dell’esistenza di Dio.

Amleto non aveva mai dubitato dello spettro – pensa intanto Hal, mantenendo a sua volta una posizione orizzontale (“mi piaceva il fatto di essere un oggetto orizzontale”), sdraiato sulla moquette.

Amleto era davvero folle? E noi… La nostra mente è davvero sana?

È una tappa che lascia aperti molti interrogativi, speriamo possano essere almeno parzialmente risolti nella prossima tappa… Il gran finale…

Fenissa Holden©

Immagine: personaggi del romanzo disegnati da Ben Majercak https://www.artstation.com/artwork/VdZqPb

Impressioni su “Infinite Jest” -ottava tappa-

Nel corso dell’ottava tappa di “Infinite Jest” (pp. 868-971 dell’Edizione Einaudi SuperET), David Foster Wallace sembra offrire una possibile soluzione alla condizione di sofferenza e bisogno che affligge l’uomo moderno, sempre più dipendente dalle sostanze più svariate: assumersi il rischio di AMARE in modo autentico, con passione e senza necessariamente attendere qualcosa in cambio.

Il personaggio di Mario riesce a amare in modo spontaneo, e questo si vede bene, per esempio, nel suo rapporto con il padre Jim perché egli non cerca in alcun modo di compiacerlo, ma ne condivide con sincerità gli interessi e questo spalanca le porte a un’autentica comunicazione tra i due, a un’intimità delicata spesso fatta soltanto di gesti e sguardi, ma invano ricercata dagli altri figli Orin e Hal.

Per il personaggio di Marathe, invece, la scelta di amare avviene d’improvviso, con un trasporto che rasenta la follia, nel momento in cui l’uomo decide di salvare una sconosciuta sul punto di morire. L’amore, in quell’istante, lo trasforma da assassino in salvatore, restituendogli il senso di un’esistenza che, nell’incessante cigolio della sua sedia a rotelle, pareva ormai perduta. Le sue parole sono forse, per me, le più toccanti di tutto il libro:

“La mia scelta, questo era amore. Credo che avevo scelto la via d’uscita dalle catene della gabbia. Avevo bisogno di questa donna. Senza scegliere lei invece di me, c’era solo dolore e niente scelta, spingermi in giro ubriaco e avere fantasie di morte”. (p. 936)

Per chi fin dall’infanzia si porta dentro un incolmabile vuoto d’amore, tuttavia, amare, nel senso di muoversi verso l’altro correndo il rischio di ricevere un rifiuto, può risultare traumatico. Wallace ci mostra tutta la fatica di amare in una scena particolarmente suggestiva, ambientata nel corso di una seduta della Narcotici Anonimi, a cui Hal, l’atleta modello, si trova ad assistere quasi per caso: in una piccola sala senza finestre, posta all’interno di un edificio complicato come un cubo di Rubik, un gruppo di uomini adulti incoraggia apertamente un altro uomo a manifestare i propri bisogni affettivi più segreti e a muovere dei passi verso chi, secondo lui, potrebbe soddisfarli. Tutti hanno la barba. Tutti stringono un orsacchiotto al petto. L’orsacchiotto dell’uomo al centro, quasi stritolato dalle sue mani, nella contrazione innaturale della bocca si fa portavoce silente dello stato d’animo del suo proprietario.

Questa scena, allucinata e grottesca, evoca nella mia mente la stessa tensione del canto dei capri intorno alla vittima sacrificale, ovvero le origini della tragedia greca quando uomini vestiti da capri (qui barbuti) ridavano vita a un rituale ancestrale.

In “Infinite Jest” Wallace fin dall’inizio nel corso della narrazione ha inserito sottili rimandi alla tragedia antica e a quella più recente, shakespeariana, restituendo così tragicità (e dunque pathos, emozioni) anche alla vicenda dell’uomo contemporaneo che ogni giorno combatte contro un destino che, inesorabile, sembrerebbe condurlo a diventare sempre più splendido dal punto di vista tecnico/funzionale, ma anche sempre più solo e vuoto; proprio come Hal che assiste alla scena alla NA senza provare né empatia né, dunque, il minimo effetto catartico (purificatorio).

Desiderare amore, ma non sapere come amare (“I do not know how to love him”) è la grande tragedia dell’era post sponsorizzazione; un’era dove, pur di non rischiare di perdere di vista la centralità dei propri bisogni, l’io spesso rinuncia a entrare in una relazione autentica con l’altro perché questo significherebbe accettare di mettere in gioco tutto se stesso (e in un gioco è possibile perdere…). Più sicuro, dunque, mantenere il controllo come fa Orin attraverso una serie infinita di rapporti con bellissime donne senza nome. Nessuna, tuttavia, è in grado di mettere a tacere il rimorso che il ragazzo si porta dietro: quello di non essere stato in grado, a differenza di Marathe, di proteggere Joelle, l’unica donna che consapevolmente aveva scelto di amare.

Le dipendenze, così come gli abusi, nel romanzo paiono moltiplicarsi all’infinito, varcando addirittura i confini generazionali (le storie dei padri/madri si ripetono nei figli….). Sono troppi gli uomini e le donne che rincorrono il Piacere e credono che esso coincida con l’illusione di ricevere un amore incondizionato che non richieda l’impegno di ricambiare, la fatica di amare. Un amore del genere, simile a quello offerto da Avril Incandenza, è tossico e simbiotico e lungi dal permettere ai figli di raggiungere la felicità, li condanna a vivere in un’infanzia infinita. I genitori, come Avril e il padre di Joelle, che impediscono ai figli di crescere e di sviluppare una personalità autonoma, nutrono e avvelenano al tempo stesso. È per questo, a mio avviso, che il film “Infinite Jest”, l’intrattenimento letale, pone al centro un’inquietante immagine materna dal cui condizionamento liberarsi è impossibile… Fino alla morte, appunto.

Solo amare in modo generoso e autentico dona all’uomo il coraggio di vincere la morte perché l’Amore in un certo senso è esso stesso Morte: morte dell’egoismo che imprigiona l’io, illudendolo di essere onnipotente, speciale, in grado di vivere da solo senza gli altri. Solo amare e essere amati fa crescere e spalanca la vita umana a nuove positive forme di infinito.

E se il Romanticismo non vi convince, in alternativa per Wallace la salvezza può arrivare anche dalla Matematica, che favorisce l’immaginazione e una limpida ricerca della Verità (e quale Amore può essere più grande di quello per la Verità?). Caino è mortale, solo la Matematica è vera e immortale. Dà certezze.

Fenissa Holden

Photo: dal web

Impressioni su “Infinite Jest” -settima tappa-

Continua la lettura di “Infinite Jest” di David Foster Wallace con il gruppo di lettura organizzato da @profumo_di_carta_e_inchiostro e @libri stropicciati. Queste sono le mie impressioni sulla settima tappa (pagine 752-868 dell’Edizione Einaudi Super ET).

[“Something is rotten in the state of Denmark”]

In questa settima tappa di “Infinite Jest” il tema dominante è la corruzione della materia e dell’animo. Ciò che nutre divora. Il cibo, alterato o eccessivo, provoca nausea e vomito; l’affetto materno, manipolatorio e edulcorato, genera sofferenza e rifiuto.

L’Altro, nel romanzo, è quasi sempre qualcuno di cui si ha bisogno, ma da cui al tempo stesso bisogna stare in guardia perché il suo nutrimento esige un prezzo. “Devi continuare a vincere per conservare l’esistenza dell’amore” (p. 811). L’affetto altrui dà e deruba. Sentirsi affamati (di cibo e/o d’amore) fa sentire poveri; sentirsi riconoscenti fa sentire deboli. Un incubo per chi vede nel potere assoluto dell’Io la massima realizzazione delle proprie ambizioni; per chi non è in grado di trascendere se stesso e andare oltre, passando, attraverso il sacrificio e il dolore, a un livello superiore, dal benessere dell’Io a quello della relazione.

In una società narcisistica come quella descritta da Wallace, è facile apparire dei mostri agli occhi degli altri. L’atmosfera è pervasa da un senso di minaccia e confusione: all’improvviso i ruoli si invertono e diventa arduo comprendere chi sia il ladro e chi la vittima; chi il cacciatore e chi la preda. Tutto sembra intercambiabile “e il cielo e il marciapiede si scambiarono di posto” (p.859), nei film di Jim Incandenza come nella realtà. La ricerca della verità è un percorso disseminato di intrighi e bugie. CONTRARIA SUNT COMPLEMENTA. La vittima è il carnefice. Il carnefice è la vittima. Entrambi avvinti in un cerchio infinito, come una serpe che si morde la coda.

In un continuo processo di reificazione le persone e i concetti diventano oggetti; i nomi propri, decomposti, si mutano in “Cosa”, aspecifica, innominata e informe. E contemporaneamente, insieme alle forme, si alterano le coordinate spazio/temporali: gli oggetti scompaiono e riappaiono. Nulla è più come e dove dovrebbe essere. Nessuno è chi dichiara di essere.

“Era un orrore psichico totale: morte, decadimento, dissoluzione, uno spazio vuoto, solitario, malevolo, nero, freddo e vuoto. Era la cosa peggiore con la quale mi sia mai confrontato” (pag. 779). Era “Infinite Jest”.

Fenissa Holden