La nostra parte di notte

[“Ti ho lasciato qualcosa di mio, spero non sia maledetto, non so se posso lasciarti qualcosa che non sia sporco, che non sia buio, la nostra parte di notte”]

A distanza di quattro anni dalla raccolta di racconti crudeli, “Le cose che abbiamo perso nel fuoco”, Marsilio pubblica una nuova opera della scrittrice argentina Mariana Enriquez, classe 1973: il romanzo “La nostra parte di notte”. L’ho amato dalla prima all’ultima pagina e mi sforzavo di rallentare la lettura solo perché non volevo finisse. Spero abbia un seguito infatti.

La vicenda è ambientata negli anni della dittatura argentina, gli anni dei desaparecidos, un’epoca di violenza inaudita in cui chi era inviso al regime veniva fatto sparire, dato in pasto all’Oscurità. Restavano solo le ossa, ammassate nel fondo dei fiumi, nei pozzi, ma non sempre si riusciva a ritrovarle, a ricomporle, a identificarle. È l’epoca delle madri di Plaza de Mayo, dei loro lamenti senza pace né perdono. Crudeltà così efferate non possono essere narrate in modo esplicito, ma neppure è giusto attenuarle perché la condanna deve essere netta: l’orrore deve essere (ri)conosciuto e con altrettanta forza rifiutato. La scelta stilistica del realismo magico in tal senso è perfetta. Mariana Enriquez, infatti, sceglie come protagonista una famiglia anglo-argentina, i Bradford-Reyes, arricchitasi tramite lo sfruttamento dei lavoratori nelle piantagioni di mate e dedita da secoli al culto esoterico di antichi demoni da cui si aspetta potere e immortalità. Ma “ciò che l’Oscurità dice non può essere interpretato nel nostro mondo. L’Oscurità è folle, è un dio brutale, è un dio pazzo” e fa impazzire chiunque le si avvicini, lacerando corpo e mente.

Tutto il romanzo ruota intorno al disperato tentativo di un padre di salvare il proprio unico figlio da questo orrore: entrambi sono medium, vedono dove altri sono ciechi; l’Oscurità li chiama, li cambia, ma forse ci sono dei modi per poter patteggiare con essa, per ottenere una tregua e vivere un’esistenza normale circondati da amici, da amore. Bastano le pastiglie per vincere incubi e emicranie? Basta cambiare casa per vincere il senso di colpa per quanto accaduto nelle vecchie mura? “Non bisogna tenere in vita ciò che è morto. Non farlo mai più”- raccomanda Juan al figlio Gaspar, ma qui i morti hanno più forza dei vivi. Con le loro orbite cave guardano e giudicano implacabili. E sanno aspettare, proprio come il santo protettore più venerato dai guaranì, San La Muerte, raffigurato con l’aspetto di un teschio e chiamato anche il dio della Pazienza.

Le ossa sono sacre in questo romanzo, ma altrettanto sacri sono l’amore e l’amicizia, valori che emergono con forza, persino con violenza, resistendo al tempo, allo spazio, alle distorsioni. Qui, infatti, la narrazione si dispiega su piani temporali differenti e il passato si fonde con il presente; gli stessi ambienti non sono quello che sembrano: come in “Shining” le stanze di case e hotel si restringono in corridoi labirintici per poi dilatarsi in deserti di sabbia e ossa. Qui è facile perdersi. Dietro la realtà visibile ci sono sempre altri luoghi: questa è l’essenza del realismo magico.

Dal punto di vista storico, oltre a condannare gli orrori della dittatura e lo sfruttamento sociale, il romanzo rievoca l’atmosfera giovanile degli anni ’70-’80, sia a Londra che a Buenos Aires, nei suoi aspetti più vari: liberazione sessuale, tossicodipendenza, diffusione dell’HIV. Il fatto che i personaggi appartengano a ceti sociali diversi consente di evidenziare le luci e le ombre, le responsabilità e irresponsabilità di un’intera epoca.

Fenissa Holden©

Intervista a Rita Pilia per “Medusa era una fanciulla. Poesie di metamorfosi e confini” (Gilgamesh ed. 2020) A cura di Viviana Filippini

Liberi di scrivere

“Medusa era una fanciulla.  Poesie di metamorfosi e confini” è la prima raccolta di poesie di Rita Pilia, edita da Gilgamesh. 150 componimenti che portano il lettore a viaggiare nelle emozioni dell’animo umano e dell’universo femminile. Quella di Rita Pilia è una poesia che indaga l’animo umano, lo analizza in modo garbato e intimo attraverso i versi nei quali l’autrice mette tutto il proprio sentire. Rita Pilia è laureata in Filologia Moderna e in Psicologia degli interventi clinici nei contesti sociali, all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia e ha conseguito un Dottorato di ricerca in Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi di Siena. Attualmente è docente di Lettere presso l’I.I.S. “A. Lunardi” di Brescia. Lettura, scrittura e fotografia sono le sue passioni più grandi. Della raccolta e di come nasce la poesei ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nata la tua passione per la poesia? Quando ero adolescente…

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Contritio Cordis

Nel cuore non mi vuoi e io mi vendico

Dentro le ossa facendo rumore.

E so benissimo che per te

sarebbe sollievo non sentire più

punte acuminate di passi

ogni volta che schianti

il candore del suolo.

Bianco per il sangue

di parole mai commesse

il delitto perfetto si ripete:

nessuno muore nessuno si confessa.

Ma ogni giorno si eludono le indagini

rilassando le mani giunte a poco a poco

finché la presa naturalmente si stacca

E il vuoto immenso diventa volo.

Fenissa Holden©

Photo: Laura Makabresku, The Burning Bush of Love (2021)

Piranesi

[“Nella mia mente ci sono tutte le maree, le loro stagioni, il loro flusso e riflusso. Nella mia mente ci sono tutti i saloni, le loro infinite processioni, i loro intricati sentieri”]

Le incisioni dell’artista del XVIII secolo Giovan Battista Piranesi hanno accompagnato la mia lettura del romanzo di Susanna Clarke, dedicato a un altro non meno affascinante Piranesi.

Il mio sguardo, reso inquieto dalla visione delle carceri più oscure, seguendo la narrazione, si è poi spalancato su un’immensa Casa di sculture e oceano, un labirinto dove il tempo è scandito dalle maree e dagli sporadici incontri del protagonista con l’Altro; un non luogo che corrode i ricordi effimeri, lasciando alla mente solo desiderio di infinito e contemplazione dell’Eterno. Un nuovo Iperuranio. Le sculture sono le Idee e, proprio come nel mito platonico, sembrerebbero di gran lunga superiori agli esseri umani… Ma è davvero così?

Le sculture corrose dal corallo, straordinariamente simili alle ultime opere di Damien Hirst (Treasures from the Wreck of the Unbelievable), non temono di competere con i marmi tenuti al riparo dal flusso delle onde: la Bellezza si esprime in molteplici forme. La Bellezza non sempre è qualcosa di “già dato” a priori, più spesso è rivelazione e scoperta.

Piranesi (personaggio e incisore) ci invita a esplorare mondi altri e a trovare nell’Altro Noi.

Fenissa Holden©

LORO

[“Sono come degli orchestrali, sanno suonare, ma obbediscono al direttore d’orchestra, che quasi mai è un fantasma, ma è qualcuno con cui hanno un legame terribile. È qualcuno che li domina. Senza i vivi i fantasmi non saprebbero come tornare”]

“Loro” di Roberto Cotroneo è davvero un’ interessante riscrittura di “Giro di vite” di Henry James. Una casa, due bambini (due gemelle in questo caso), un’istitutrice e una serie di fantasmi così sfuggenti da poter essere scambiati facilmente per fantasie, suggestioni, inganni di una mente instabile: gli ingredienti ci sono tutti per rabbrividire sempre più, pagina dopo pagina. L’orrore sussurrato – un eco dello stile di Shirley Jackson tanto elogiato da Stephen King – si insinua fino a annebbiare il cuore: passato e presente si confondono, statue e dipinti riprendono vita, il pianoforte suona una musica diabolica che una bimba non potrebbe mai conoscere… O forse sì…

Chi sono Lavinia e Lucrezia? E Alessandra? Umberto? Giulia? Gaetano? Miles? E la stessa narratrice Margherita? Chi dice la verità? Chi è il fantasma? Quali torbide passioni nascondono?

Il finale, a mio avviso meno ambiguo e meno riuscito rispetto all’opera di James, lascia comunque tocchi non indifferenti d’inquietudine. Merito anche dell’ambientazione: una villa interamente di vetro, dove chi vede è guardato, dove sfuggire all’Altro, alla sua “presenza” è impossibile; una villa che è quasi un’anima messa a nudo, poco distante da Roma, culla di civiltà (da una delle finestre San Pietro è sempre visibile), ma al tempo stesso ai confini di una selva dominata da Ecate, terribile dea, custode dei crocicchi e del sacrificio. Al confine tra ragione e follia.

Fenissa Holden

Kafka sulla spiaggia

[“Un libro deve essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi” Kafka]

Il romanzo Kafka sulla spiaggia di Murakami Haruki è denso di riferimenti filosofici. La sua stessa struttura, innanzitutto, richiama la dialettica hegeliana (tesi – antitesi – sintesi). Tutti e tre i personaggi principali, infatti, subiscono un trauma dalle conseguenze tragiche, diventando vittime del fato (tesi); per liberarsi da questa condanna, a un certo punto provano ad agire in maniera antitetica rispetto al trauma stesso (antitesi), ma è solo alla fine, dopo un doloroso confronto con le proprie paure, che riescono ad accettare il trauma e, di conseguenza a liberarsi e spalancare le porte al cambiamento (sintesi). Soltanto alla fine i personaggi smettono di ripetere a memoria le battute di un dramma già scritto da altri per diventare veri artefici del romanzo della propria vita.

L’anziano Nakata, per esempio, abituato fin da bambino a subire passivamente la rabbia degli adulti, inizialmente reagisce entrando in coma e svuotandosi: diventa una tabula rasa senza passato né vero futuro (tesi). Il suo destino comincia a cambiare quando uno choc lo costringe a compiere in prima persona la violenza tanto temuta (antitesi).

La signora Saeki, invece, da ragazza, per sopravvivere alla perdita traumatica della persona amata, aveva rinunciato al presente: aveva aperto una stanza nei meandri della sua mente e si era chiusa lì insieme ai ricordi, cessando di crescere e di vivere (tesi). Solo quando quei ricordi verranno violentemente bruciati (antitesi) il presente potrà tornare ad esistere.

Il quindicenne Tamura Kafka, infine, inizialmente reagisce al trauma dell’abbandono materno con sdoppiamento della personalità e violenza (tesi). Diventa un ragazzo corvo, solitario e cupo, determinato a sconfiggere la sorte attraverso la fuga da casa e il rifiuto del padre e della sua legge/profezia (una forma attiva di abbandono la sua, antitetica al trauma subito).

Per tutti e tre la sintesi e la rinascita passano attraverso l’accettazione del trauma. Questa non può avvenire senza il riconoscimento dell’altro, per tale motivo sono fondamentali le relazioni più o meno forti che i protagonisti intraprendono con tutti gli altri personaggi. La relazione diventa occasione di rivelazione. È nell’altro che scopriamo noi stessi. Solo l’altro può darci la forza di sollevare le pietre e affrontare le foreste labirintiche sepolte dentro di noi.

Questo romanzo lascia la profonda impressione che non siamo soli. L’altro spesso fa paura perché violento, misterioso, imprevedibile, bizzarro, pericoloso… Isolarsi (nel sonno, nel sogno, nella fantasia), tuttavia, non può essere mai la soluzione definitiva. Alle responsabilità della vita non si può sfuggire, non si può davvero ignorare il mondo, non senza conseguenze almeno. Isolarsi per un certo periodo è utile perché consente di imparare a immaginare, ma poi è bene riportare quell’immaginazione nella società, usarla per sforzarsi di capire gli altri esseri umani – che forse non sono così diversi da noi – e scoprire che senza incontri non ci sarà mai cambiamento, né autentica epifania.

Trovo significativo che il linguaggio degli episodi più onirici sia spesso vivido e brutale: questo realismo aiuta a percepire quanto l’immaginazione possa essere potente, quanto possa influenzare la vita delle persone. Si può vivere solo nella realtà fisica o solo nella propria mente, ma in entrambi i casi è come se si esistesse a metà. Per questo Nakata e Saeki si completano a vicenda (tesi e antitesi): l’uomo del presente e la donna del passato. Il futuro (la sintesi), impossibile senza gli altri due tempi, appartiene invece all’adolescente Tamura.

Fenissa Holden©

La Traversata

[“Planavo sui miei compagni morti e ne capivo senza sforzo il linguaggio privo di lacrime. Capivo disperatamente il mutismo di quelli che abbandonavo, perché in quel momento ero ancora uno di loro” p.95].

Philippe Lançon è uno dei giornalisti di “Charlie Hebdo” sopravvissuto all’attentato di matrice islamica del 7 gennaio 2015. La sua “Traversata”, edita in Italia da @edizioni_eo, è un intenso memoriale in cui dell’Islam e del terrorismo in realtà si parla pochissimo: la vera protagonista è la malattia e il modo in cui essa pone drammaticamente l’uomo di fronte ai suoi limiti.

Durante la lunga permanenza in ospedale, infatti, Lançon si mette a nudo, svelando anche i lati meno nobili del suo carattere: la codardia, l’egoismo, il narcisismo, l’indolenza… È la dimensione fisica del corpo con tutti i suoi bisogni a prevalere sull’eroicità dello spirito. La minuzia con cui le operazioni chirurgiche e i dispositivi medici vengono descritti lascia poco spazio agli ideali. Il paziente qui resta a lungo in un letto solo con se stesso, solo persino quando familiari e amici vengono a trovarlo o si fermano addirittura per la notte, e lui non riesce a comunicare come vorrebbe. Le parole sulla tavoletta – parole da scrivere, cancellare, riscrivere – si esauriscono in fretta, lasciando in bocca il gusto amaro dell’incomunicabilità, nella mente il timore della follia.

Toccanti i riferimenti a Proust, l’autore guida che accompagna Lançon per tutta la “traversata”. A differenza di Marcel, tuttavia, Philippe si rende conto di soffrire di continue amnesie che, dopo l’incidente, nessuna madeline riesce a sanare. È come se ora il suo passato, la giovinezza felice appartenesse ad un altro per sempre perduto.

“Proust ricorda tutto, forse perché non gli è successo quasi niente, ma probabilmente, come la piccola Ofelia, se una sera d’inverno fosse caduto dal balcone dei Guermantes sul selciato sconnesso avrebbe dimenticato il modo in cui era successo, la cosa non gli avrebbe evocato niente di un’infanzia ormai scomparsa. Invece del tempo perduto e ritrovato avremmo avuto quello che stiamo vivendo: il tempo interrotto.

Il libro sarebbe stato più corto e sicuramente meno geniale, perché anche la genialità è determinata dai limiti che varca. Il tempo dell’evento brutale è oscuro e infinito. Non ha limiti” (p. 436).

Fenissa Holden©

Genji Monogatari

[“Il cielo di una notte d’inverno, quando splende il riflesso della neve alla luce limpida della luna, per quanto privo di colori, chissà perché, si imprime nel cuore e richiama alla mente un mondo diverso dal nostro” ]

Oggi vi presento il romanzo più bello che ho letto in questo 2020: “La storia di Genji – Genji Monogatari” di Murasaki Shikibu. Mi è piaciuto talmente tanto che durante l’anno lo rileggerò con molta calma grazie al gruppo di lettura organizzato da @dafneborracci (una giovane studentessa di giapponese davvero simpatica e preparata; se non la conoscete, vi consiglio di visitare il suo profilo) 

Si tratta di un’opera ancora più antica della “Divina Commedia”, scritta da una donna, Murasaki Shikibu, vissuta alla corte imperiale di Kyoto tra il X e l’XI secolo d.C.; racconta il Giappone feudale attraverso le vicende del nobile principe Genji “Lo Splendente”, delle donne da lui amate e della sua discendenza. Capitolo dopo capitolo la poetica del “mono no aware” (lo stupore, la commozione di fronte alle cose del mondo) si dispiega, rimpiendo l’animo di nostalgia e bellezza.

Lungi dall’essere un’opera inattuale, il Genji è assolutamente moderno nell’esprimere il carattere passionale dell’animo umano, sospeso tra la ricerca della vanità e la contemplazione dell’eterno. È un’opera di pura passione con tutte le sfumature che questo sostantivo comporta: esaltazione, hybris, dolore e, infine, (ma non sempre) accettazione di sé e della vita. In certi casi la liberazione dell’anima non viene raggiunta, come accade a Lady Rokujo (il mio personaggio preferito), che la gelosia (una delle passioni più intense) trasforma in un demone destinato a vagare a lungo senza pace nelle antiche dimore; per altre anime, invece, la morte stessa sarà forma vittoriosa di espiazione.

Io ho imparato moltissimo da questa lettura, in particolare sono rimasta incantata dallo stile poetico e introspettivo che mi ha permesso di arrivare quasi a sentire l’animo dei personaggi e di vedere la natura con i loro occhi. Lo consiglio davvero a tutti perché il romanzo può essere letto a vari livelli, di difficoltà crescente, ma tutti consentono di liberare fantasia e immaginazione. Fa sognare. L’importante è non lasciarsi spaventare dalla mole (circa 1230 pagine) e affrontare la lettura con gioia e curiosità.

Fenissa Holden©

“Sembrava che egli fosse pronto a prendersi cura per sempre di ognuna delle donne che aveva conosciuto, senza lasciare al suo cuore un attimo di tregua. Era incapace di dimenticare, neppure dopo anni e mesi quelle che aveva incontrato, fosse pure solo una volta, e ciò, viceversa, si tramutava in sofferenza per molte di loro”.

Illustrazione di Waki Yamato

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